mercoledì, settembre 28, 2016 Categoria: Cronache

Amanda Knox, Netflix e l’omicidio di Meredith Kercher

fiorucci_copertina_Meredith_frontedi ALLAN FONTEVECCHIA-Scrive Renato Franco  su Corriere. it: “In realtà il doc (“Amanda Knox “, diretto da Rod Blackhurst e Brian McGinn, su Netflix dal  30 settembre) non  risolve il giallo. Ognuno dei protagonisti porta una sua verità, una verità soggettiva. La cui somma però porta a un’altra verità soggettiva ,quella che lo spettatore si vuol raccontare”. Luigi Bolognini per Repubblica.it chiude il suo commento così: “ Questo prodotto deve essere visto   anche solo, per guardare da vicino dentro la macchina della giustizia e di come le leggi, i processi, le indagini gli articoli, le accuse  e le assoluzioni siano comunque in mano a esseri umani senzienti e spesso fallibili”. La Stampa, con Luca Dondoni : “ E comunque tutte le tv che abbiamo visto  sono uguali: un gruppo di persone che si scambia opinioni su un omicidio stando sedute in uno studio, sorridono i registi. La verità sull’ omicidio? Non cercatela in questo documentario. Qui si parla del caso mediatico. In fondo di tutti noi”.  Sono recensioni che confermano un dato di fatto: intorno all’omicidio di Meredith Kercher  avvenuto a Perugia nel 2007  sembra proprio che non ci siano  fatti da aggiungere , non ci siano verità altre da cercare, non ci siano sentenze da ribaltare. C’è un solo colpevole ( il condannato in concorso  Rudi Guede). Ci sono due ex coimputati  (Amanda Knox e Raffaele Sollecito) che sono stati definitivamente  dichiarati non colpevoli .Assolti  con il bollo della Suprema Corte di Cassazione. Hanno ragione i giornalisti: Blackhurst e McGinn non potevano far altro che restituirci la storia del delitto di via  della Pergola con una  narrazione televisiva con i protagonisti  che dicono la loro, con i documenti processuali che parlano e non solo in senso figurato, con un copione  che si è composto anno dopo anno in cinque anni di lavoro.. Altro non potevano fare. E fare altro, al momento  non appare tra le cose di un futuro più o meno prossimo, e  in fondo non è neanche il loro mestiere. L’ approdo è  comune, nella sostanza, all’ approdo di chi anche con  altri mezzi  (  il libro “Reperto 36, anatomia dell’omicidio di Meredith Kercher”, Morlacchi editore, è tra costoro)   e da angolature diverse, ha tentata   la rilettura del caso da una posizione non di parte. Da una posizione terza. Non da  giudice , ma da da  una posizione di osservatore terza. Si diceva  di “ Reperto 36”, ma il discorso  sembra valere per tutti coloro che  per le ragioni più diverse  si sono confrontati  senza partito preso con queste indagini e con i processi  conseguenti, , giunge a conclusioni molto simili a quelle degli autori del documentario “Amanda Knox “.    Le  conclusioni che si possono desumere ora, senza aver visto il documentario, e soltanto da quello che   di commento è stato fino ad oggi letto, sono identiche nella sostanza a quelle conosciute del libro . E per le cose sopra accennate non poteva essere altrimenti: dopo tanti colpi di scena, veri o presunti, colpi di scena addio.  Tutta la vicenda è lo specchio del nostro sistema giudiziario, delle sue procedure, delle sentenze che si smentiscono, dei tempi che si dilatano . A sua volta il sistema giudiziario è lo specchio della civiltà e della società che l’ha prodotto. Il delitto Meredith non è stato mai lo specchio di una città: lo è stato semmai di un intero paese. Il viaggio attraverso le sentenze operato da “Reperto 36”  questo aspetto lo sminuzza in particelle che alla fine ricompongono l’atomo “giustizia italiana”. E la verità che  il sistema giudiziario alla fine ricompone  non scalfisce la compattezza dei partiti dei colpevolisti ( che maggioritari, testardamente,  restano fermi nelle loro convinzioni) e degli innocentisti ( che, minoritari hanno i loro convincimenti  premiati dal giudizio definitivo). Per via forse, in generale, della consapevolezza che non sempre c’è identità tra verità dei fati e verità giudiziaria.   Concordanza anche sul fatto che questo è stato il caso con la più ampia (globale) e insistita ( giorni e giorni) attenzione mediatica. Attenzione che non può non essere stata avvertita  nei pressi  delle aule di giustizia ( anche in prossimità della politica estera e interna).  E poi Amanda, al centro della scena anzi al centro di tutto con il suo nome che diventa titolo.. Perché è Amanda  la persona  che istintivamente buca ogni narrazione per diventarne il personaggio principale. Il documentario  realizzato per  Netflix affronta  un tema che il libro invece ha appena sfiorato: il lavoro e il comportamento dei giornalisti. Il reporter del Daily Mail Nick Pisa è stato scelto per rappresentare la categoria. E anche questo farà discutere.

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