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domenica, marzo 8, 2015 Categoria: Cronache

Omicidio-suicidio a Città di Castello: una tragedia dentro un film visto e rivisto. E domande fatte e rifatte.

copertinaSANGUELe sequenze della tragedia sembrano   di quelle viste e riviste. Una sceneggiatura  della normalità che diventa copione  di dolore e di interrogativi. Il dolore di sempre, le domande  fatte e rifatte intorno a qualcosa che ormai è prossimo, familiare. Abitudine. Il movente statisticamente evidente  è nel controllo che è  possesso della donna che magari si ama sopra ogni cosa . L’uomo uccide quando lo perde o semplicemente avverte il rischio   di perderlo questo controllo. Non ha ( o non riesce a mobilitarle)  risorse per gestire questo passaggio  e affrontare altrimenti  il problema che gli è comparso davanti anche  se nella vita è stato capace di affrontarne tanti  e altrettanto seri. Allora uccide perché eseguire l’omicidio è come cancellare il problema. Non uccide perché gli si pianta in testa  qualcosa di imponderabile e improvviso. Non uccide perché cade sotto l’imperativo di un raptus. In genere uccide dove aver progettato quel gesto definitivo. Dopo averlo premeditato.IL copione maledetto avrebbe avuto la sua replica anche questa volta. E pure gli ultimi fotogrammi della stessa sequenza di Città di Castello non ci raccontano eventi dei quali non sappiamo. In generale l’uomo che uccide, sempre più spesso  poi uccide se stesso. Difficile il pentimento. Difficile  da ricercare se non è l’omicida-suicida a renderlo esplicito. Più probabile la paura delle conseguenze giudiziarie del massacro appena compiuto. Queste sequenze si trovano in molti dei casi indagati da <<Il sangue delle donne- trenta anni di femminicidi in Umbria>> edito da Morlacchi. Read more…