domenica, febbraio 25, 2018 Categoria: Cronache

“Il divo e il giornalista” : in un libro il processo dimenticato che racconta la notte della repubblica .

copertinaquartacopertinadi ALLAN FONTEVECCHIA

La palestra di un carcere in costruzione a Perugia  è l’aula di giustizia dove vengono processati  sei imputati eccellenti della politica, di Cosa Nostra e della Banda della Magliana. E’ l’omicidio di un  giornalista al dentro delle cose riservate che scrive  , Carmine Pecorelli, detto Mino,direttore del settimanale “OP” a inguaiare il  più volte capo del governo Giulio Andreotti, il magistrato prestato alla politica Claudio Vitalone, il boss Gaetano Badalamenti, il picciotto Angelo La Barbera, l’inviato della mafia nella capitale Giuseppe Calò, il neofascista nei ranghi della Banda della Magliana  , Massimo Carminati. Al di la delle vicende personali, il  processo, per essere stato  lo specchio dei misteri che hanno insanguinato una lunga stagione della democrazia italiana, ha un valore storico del quale è doveroso conservare memoria.  

 

Può un processo svolgere questa funzione ? Sì, se sul davanti ai giudici- come in questo caso- ci sono un ex presidente del consiglio dei ministri e uomo politico tra i più conosciuti e votati, un magistrato che è stato anche ministro , tre uomini di Cosa Nostra e un esponente della più potente organizzazione criminale della capitale. Anche se alla fine tutti saranno assolti, tutti risulteranno estranei . E’ infatti  il contesto nel quale il delitto è maturato , più delle decisioni dei giudici, a  fornisci il racconto di un lungo periodo buio attraversato dalle istituzione democratiche di un paese, il nostro, imbrigliato in una rete di trame, deviazioni e sangue. Tanto sangue: dalle guerre di mafia, alle bombe neofasciste sui treni e nelle piazze, dall’attacco terroristico delle Brigate Rosse che culmina nel sequestro di Aldo Moro, alla svolta bellicista di Cosa Nostra che usa il tritolo contro uomini e simboli dello Stato perché sente venir meno le protezioni politiche del passato. Questa è una delle più immediate chiavi di lettura del libro “IL DIVO E IL GIORNALISTA- Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato “ che Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno hanno pubblicato con Morlacchi. Il volume che ha in prefazione due scritti di Fausto Cardella e Alessandro Cannevale, i due pm del processo che si svolse a Perugia negli anni ‘90, ripropone alcuni dei momenti più significativi dei dibattimenti  che portarono all’assoluzione definitiva della Corte di Cassazione. E sono tanti gli aneddoti, le situazioni, i momenti caldi che gli autori hanno recuperato dalla loro memoria di addetti ai lavori; il primo è un giornalista, il secondo è un dirigente del Ministero della Giustizia. E allora ecco il carcere di Capanne in costruzione che diventa aula di giustizia,la scaramanzia dell’uomo politico che nel dichiararsi innocente ostenta tranquillità e non rinuncia alle sue battute fulminati mangiando pesce bollito; la determinazione del magistrato che si sente preda di un complotto e rompe l’accerchiamento con dichiarazioni di fuoco ; il distacco , spesso anche fisico degli uomini di malaffare; un  affresco inedito del mondo dei pentiti, collaboratori di giustizia, con i loro stipendi e con le loto testimonianze a volte scivolose. E poi: il ruolo dei principi del Foro Coppi,Taormina, Ascari, Naso,Galasso e tanti giovani avvocati perugini che si sono fatti valere, conquistando posizioni di primo piano, in un caso di rilevanza internazionale. C’è tutto questo in “Il Divo e il giornalista”, ma soprattutto c’è, è bene sottolinearlo di nuovo, un pezzo di storia italiana. Da non dimenticare anche se il processo per l’ assassinio di Mino Pecorelli- osservano gli autori- è finito rapidamente nel deposito dei casi irrisolti e dimenticati. Dove nessuno andrà mai a cercarlo.  

 

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