lunedì, dicembre 27, 2021 Categoria: Cronache

Paolo Adinolfi e i Ponzio Pilato della magistratura

di SERGIO MATERIA
-magistrato-
«Chiudendo il libro il primo pensiero va al dolore della famiglia. Un dolore per di più mescolato a rabbia per l’incredibile, indifferente, ininterrotto silenzio da parte della magistratura. Del CSM, della associazione, dei singoli. Perché comunque sia andata, chiunque sia stato, era chiaro da subito che Paolo Adinolfi è stato un magistrato solo e coraggioso. Solo perché isolato dai suoi stessi colleghi, coraggioso perché aveva capito benissimo di quale feccia fosse fatta la sezione fallimentare del Tribunale di Roma, quali e quanto potenti e spregiudicati fossero gli affari sporchi che lì dentro trovavano la loro definizione, secondo regole e interessi che con il diritto e la giustizia avevano poco a che fare, come racconta la giudice Chiara Schettini.

Era se non altro di questo che gli organismi della magistratura avrebbero dovuto occuparsi, anche sfruttando la spinta che dal 1994 veniva dal clima di Mani Pulite.
Per la solitudine dei due protagonisti la vicenda di Paolo Adinolfi somiglia a quella di Mario Amato, sostituto procuratore a Roma, ucciso alla fermata dell’autobus la mattina del 23 giugno 1980 dai fascisti dei NAR. Aveva chiesto aiuto e protezione, fu lasciato solo. Anche Paolo Adinolfi si muoveva in un terreno fatto di delinquenti pronti a tutto. Enrico Nicoletti era parte della banda della Magliana, le cui tracce sono evidenti nella storia della sua scomparsa. Questo Adinolfi non può non averlo capito ma è andato avanti, mosso solo da rigore morale e da impegno civile. Perché sembra chiaro che Paolo Adinolfi non è stato messo a tacere per quello che aveva fatto o avrebbe potuto fare (aveva lasciato la sezione fallimentare) ma per quello che aveva capito e aveva in programma di raccontare. Se è così, forse non è stata una singola vicenda a decidere il suo destino. Paolo Adinolfi era in grado di svelare la funzione di mediazione criminale della sezione fallimentare nel suo complesso. Sarebbe andato in crisi l’intero sistema.
Oltretutto chi ha lavorato in quegli anni sulla corruzione nei palazzi di giustizia di Roma si è fatto una convinzione: quando la corruzione riguardava ambienti importanti sul versante finanziario, dunque fatti rilevanti per i detentori di fette di potere, era inevitabile intravedere dietro le quinte un ruolo, anche solo di copertura, degli apparati di sicurezza dello stato o di loro appartenenti. E non c’è bisogno di spiegare quanto stretto fosse il legame tra i servizi e la manovalanza criminale, a partire proprio dai banditi della Magliana (i contoterzisti degli affari sporchi, in cambio di un potere che ha finito per corrompere tutta Roma e non solo).
Di questo, del coraggio di Paolo Adinolfi, gli organismi della magistratura hanno deciso, come Ponzio Pilato o don Abbondio, di non interessarsi, dedicandosi ai loro beceri giochi di potere.
Anche io devo, come Fausto Cardella, chiedere scusa a Paolo Adinolfi e alla sua famiglia. La prima indagine si era conclusa senza nessun risultato e fu archiviata con il dubbio che si fosse trattato non di un omicidio ma di altro. Di questo sento la responsabilità, soprattutto ora che il preziosissimo libro di Raffaele e Alvaro ha chiarito a tutti la vera natura della scomparsa di Paolo Adinolfi». [Sergio Materia]

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