giovedì, novembre 3, 2022 Categoria: Senza categoria

La mafia, il terrorismo e l’amore per l’arte

Tra Roberto Da Silva, che è una falsa identità, e Foligno, che è la base della sua attività  di copertura, si crea un arco voltaico che brucia storie di terrorismo, di stragi, di servizi segreti e di mafia nella persona di Francesco Messina Denaro, padre di Matteo l’ultimo dei capi corleonesi , un fantasma da trenta anni. Roberto Da Silva è il falso nome di Paolo Bellini, Avanguardia Nazionale, ergastolo in primo grado per la strage di Bologna. Per ritrovare il filo rosso che potrebbe legare tanti  fatti , terribili e apparentemente disuguali, bisogno fare un rewind alla fine degli anni ’70 quando il neofascista ha poco più di 20 anni  e, preso alloggio a Foligno, dice di essere brasiliano, di chiamarsi  appunto Roberto da Silva e di commerciare in antichità varie. In Umbria ha diverse amicizie, diventa pilota d’aereo e vola con  il procuratore di Bologna Ugo Sisti, commercia in mobili di pregio e si fa la fama di buon esperto di archeologia. Prende pure il porto d’armi. Nel 1981, la notte del 16 febbraio,  però inciampa in una operazione  contro una banda di  ladri d’arte e di riciclatori specializzati. Finisce in galera sempre con la falsa identità brasiliana . In  carcere tornerà anche successivamente per nuove storie legate agli stessi traffici. Ed è in una cella di Sciacca  che conosce ed entra in confidenza con uno degli uomini più fidati di Matteo Messina Denaro, un pezzo grosso, Antonino Gioè. L’uomo di Cosa Nostra si suiciderà a Rebibbia. In un biglietto, raccolto vicino al cadavere racconta che Paolo Bellini si era offerto per una trattativa che stava a cuore a Matteo Messina Denaro : le opere rubate al museo di Modena in cambio di un alleggerimento del 416 bis almeno per cinque mammasantissima. Operazione che – ammesso che sia stata progettata- non portò a nulla, come scrive anche Lirio Abbate nel libro “U siccu”. Conferma semmai i buoni  rapporti con quei pezzi dello Stato che volevano farne un infiltrato e con quei pezzi di Cosa Nostra che avevano imboccato la strada sanguinaria dello stragismo. I servizi segreti  probabilmente sapevano da sempre – molto prima del 1982 quando fu smascherato in un processo per 12 furti- chi fosse Roberto Da Silva , la sua carriera criminale, i suoi contatti ai livelli più diversi, la sua capacità mimetica. Forse proprio per tutto questo era la persona giusta da fa agire sottotraccia. Tre agenti ai piani alti della polizia furono indagati  per aver negato di sapere, ma se la cavarono. Perché ha incontrato Gioè e perché avrebbe suggerito di colpire i monumenti?” si è chiesto recentemente il magistrato fiorentino Tescaroli .C’è la necessità di rispendere a questi interrogativi. C’è la necessità perché il neofascista Paolo Bellini è stato condannato in primo grado (aprile 2022)  come il quinto uomo  della strage di Bologna del 2 agosto 1980.Mandanti- secondo questa prima sentenza- Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto D’Amato, Mario Tedeschi. Per  tutto questo tempo chi l’ha coperto? Corsi e ricorsi storici. Nel 1962 il padre di Matteo Messina Denaro fece rubare da museo di Castelvetrano il prezioso Efebo di Selinunte : trenta milioni di lire il riscatto chiesto al Comune dal gruppo dei corleonesi fedeli a Totò Riina. Lo stato reagì con una indagine da manuale. E arrivò a Foligno. Una squadra dei migliori investigatori del settore è costretta a un conflitto a fuoco per riportare in Sicilia l’Efebo e a mettere le manette a cinque uomini di Cosa Nostra.

(da Il Messaggero)

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