giovedì, giugno 28, 2012 Categoria: Cronache

Le donne, le rapine, gli omicidi e le indagini tradizionali.

 

Ci sono così tante circostanze simili nella genesi, svolgimento ed epilogo delle diverse rapine che hanno sconvolto l’Umbria nei primi mesi del 2012 ,da costituire ,quantomeno, una curiosità cronachistica. O, forse, una notizia nella notizia perchè segno dei tempi e specchio delle trasformazioni delle forme criminali. Sono, per avviare una sintesi delle similitudini, le comuni scelte  di donne che non hanno retto quando il gioco è diventato violenza bestiale e morte gratuita a rendere omogeneo il finale . Sono, infatti, le donne dei rumeni che captano i discorsi dei loro connazionali, un po’ amici e un po’ fidanzati, ai giardini pubblici di Ponte San Giovanni a dare sostanza all’impianto investigativo dei carabinieri alla caccia della banda che ha assaltato la sera del 2 marzo la  casa di Bruno Rosi a Ramazzano, periferia una volta contadina di Perugia. I tre del blitz perdono la testa perché non trovano il bottino che s’aspettavano : picchiano e ammazzano con la pistola Luca Rosi, il bancario trentottenne che era andato dal padre a cena con la fidanzata. L’ammazzano come un cane solo perché, legato mani e piedi, cerca di difendere la ragazza che i rumeni vogliono portare via per coprirsi la fuga o chissà perché. Alla fine però, grazie anche a loro ci sono tre persone  da ammanettare. E’ ancora una donna, questa volta  degli albanesi , che mette a posto i conti del lavoro dei poliziotti che per tre mesi battono piste senza tracce e devono dare un nome e un volto a chi ha soffocato l’anziana Maria Raffaelli e ha torturato a martellate fino ad ammazzarlo il figlio Sergio Scoscia che non vuol dire ai malviventi dove tiene l’oro che lui lavora ancora per chi gli era rimasto cliente dopo aver smesso l’attività di orafo. Il massacro succede  a Cenerente, ancora periferia di Perugia, ma dal lato opposto, il 6 aprile dello stesso anno, anno terribile della malavita scatenata e della paura diffusa. La banda non trova i preziosi, almeno 150.000 euro,si accontenta di un paio di prosciutti. Due vite per un paio di  prosciutti ben stagionati. Una delle donne degli albanesi , dunque, prima nega poi ci ripensa e si convince. Dà i riscontri che servono alla Squadra Mobile : gli arresti sono tre. Chi sono queste donne che rappresentano il primo evidente e risolutivo dato di fatto comune nelle due storie? Nel primo caso immigrate per un lavoro regolare. Nel secondo caso è un’immigrata per il mercato del sesso. Il suo uomo  assomiglia al suo carnefice che la sfrutta, la tiene guardata a vista  per la strada del Pantano o segregata in appartamenti compiacenti. E’ difficile identificare la  linea di confine tra la ribellione e la convenienza nell’accidentato percorso che ha portato queste donne a dire quello che sanno e con il loro dire a collaborare in maniera determinante con la giustizia. Per le romene ,una volta individuate, l’intervento dei carabinieri è più immediatamente leggibile come l’innesco di un moto di ripulsa dello scempio di Ramazzano. Per l’altra protagonista femminile   la lettura è sfuocata perché il tasso di convenienza c’è eccome: è stata lei la basista della mattanza di Cenerente. Il coinvolgimento è forte. Poteva però tacere ai poliziotti:ha scelto, alla fine, di mettersi in una situazione ad alto rischio, chiudendo un quadro accusatorio che chiuso non era. A proposito di basisti. A Ramazzano come a Cenerente  il basista è sostanzialmente un insospettabile, uno che ha, come unico elemento che lo mette in contatto con gli esecutori, la stessa nazionalità. Dall’ambiente dei rumeni residenti nella zona è arrivata la soffiata- che però è una bufala- di una fortuna in contanti a casa Rosi. La giovane albanese, diventata amica dell’ex orafo carpita la notizia  dell’oro in giacenza nel vecchio laboratorio,l’ha girata a chi di dovere, ossia gli amici albanesi. La bestialità e l’efferatezza sono gli altri tratti comuni di quelle che per la carica di violenza, la tortura, l’accanimento sono arrivate al capolinea con scene del crimine che sono sembrate campi di spedizioni militari . Altro che esiti di colpi ladreschi. Comunque di ladri si è trattato. Ed ecco un altro dato comune a queste due terribili vicende: il bottino che non c’è. Si uccide per bottini inesistenti o imprendibili. In entrambi i casi i malviventi se ne sono andati a mini vuote. Con pochi spiccioli e qualche oggetto di valore da Ramazzano. Con un paio di prosciutti e pochi spiccioli da Cenerente. La tipologia investigativa che ha contraddistinto il lavoro dei carabinieri per il primo caso e della polizia per il secondo, è l’ultimo forte elemento comune. I presunti responsabili sono stati presi con investigazioni di tipo tradizionale. Indagini di strada, informatori, passo dopo passo, ambiente dopo ambiente, incrocio di dati ,rapporti e verbali. E pochi accertamenti tecnici: giusto quelli telefonici. Niente Dna, niente microscopi, niente molecole. Una volta tanto. Per questo, forse, questi sono casi non buoni per i talk show.

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