giovedì, novembre 22, 2018 Categoria: Senza categoria

Un processo e i suoi misteri come lezioni di legalità

di DONATELLA PORZI

(intervento all’auditorium di Cannara)

Presentare il libro “Il Divo e il giornalista” di Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno è alquanto arduo, perché non c’è pagina che non sia importante e della quale possa farsi a meno e le pagine sono ben 379. Il titolo ci porta direttamente dentro alla questione, ovvero ai rapporti intercorsi tra Giulio Andreotti e Carmine Pecorelli, non due uomini qualunque, bensì due protagonisti della storia d’Italia, uno per le numerose cariche che ha rivestito a livello istituzionale, l’altro per essere stato un giornalista sopra le righe, che si è occupato di fatti scandalistico-politici dell’Italia degli anni sessanta-settanta. Il fatto è che Mino Pecorelli venne ucciso la sera del 20 marzo 1979 e che per questo omicidio Giulio Andreotti è stato processato, come presunto mandante dell’omicidio, per tre gradi di giudizio. Il 27 aprile 1993 la procura di Palermo chiede al Senato l’autorizzazione a procedere contro Andreotti per associazione a delinquere di tipo mafioso e in quanto mandante dell’omicidio Pecorelli e il 30 giugno 1994 inizia un processo che durerà cinque anni. Come si è arrivati a pensare che Andreotti potesse essere il mandante dell’omicidio? Per dare la risposta a questa domanda bisogna entrare in un groviglio di fatti che partono da lontano, che sono apparentemente scollegati e che invece sono tutti legati tra loro, così intrecciati e aggrovigliati da non riuscire più a trovare il bandolo della matassa. Cerchiamo allora di fare ordine sui protagonisti e sui fatti.

Chi è stato Giulio Andreotti lo sappiamo tutti, un enfant prodige della politica, che si è messo in luce accanto a De Gasperi e che ha dominato la scena politica dal dopoguerra al 2013, anno della sua morte. Un uomo di indubbia intelligenza, di grandissima astuzia, di abilissima capacità politica, di fortissimo potere, non solo in Italia, ma anche nei rapporti internazionali. Ci sono stati periodi in cui Andreotti decideva e disfaceva a suo piacimento il destino d’Italia.

Nino Pecorelli, non era così potente ma giocava con il potere, in quanto giornalista amante dello scoop, alla continua ricerca di scandali da poter pubblicare sul suo giornale OP (Osservatorio Politico).

Soffermiamoci un attimo sulla sua biografia. Dopo la laurea in legge, conseguita a Palermo a venticinque anni (era nato nel 1928), si trasferisce, nei primi anni sessanta, a Roma per fare l’avvocato. Nel 1965 viene nominato capo ufficio stampa del ministero del Lavoro, lavoro che gli permette di crearsi una rete di contatti con personaggi politici conosciuti soprattutto a palazzo Chigi. Nel 1967, diventa giornalista collaboratore al Nuovo Mondo d’Oggi, una pubblicazione scandalistica secondo molti legata ai Servizi Segreti. È in questo periodo che Pecorelli entra in un campo minato, che gli dà soddisfazioni ma che lo fa entrare, giorno dopo giorno, in un vortice estremamente pericoloso. Nel 1972 entra nella loggia massonica di Licio Gelli, la famosa Propaganda 2, verosimilmente non per convinzione, ma per sfruttare la possibilità di venire a conoscenza di tanti segreti, visti i numerosi personaggi che ne facevano parte. Dalle pagine del suo giornale possiamo far luce sugli avvenimenti più scandalistici dell’Italia degli anni sessanta-settanta, tra i quali lo scandalo Lockeed, l’importazione illecita di carne dai Paesi comunisti, il contrabbando di petrolio in cambio di armi soprattutto in Libia, e ogni volta forniva nomi e cognomi di uomini o aziende, tanto che vennero rimossi i vertici della Guardia di Finanza. Alcune notizie glieli passava Miceli, capo dell’ufficio D del Servizio informazioni difesa (SID). Ma il fatto paradossale è che ad un certo punto Pecorelli comincia ad attaccare Gelli e la P2, svelando i nomi degli iscritti alla loggia, tra i quali molti prelati di rilievo (121 cardinali e numerosi vescovi. Ugualmente studiando il caso Sindona, intuisce che ci sono rapporti tra mafia italiana e italoamericana, lo IOR e la Democrazia Cristiana dell’epoca, che riconduce ad Andreotti.

Quando viene rapito Moro Pecorelli riesce, anche grazie al generale Dalla Chiesa, ad avere documenti privati relativi al memoriale di Moro. Pecorelli comincia a focalizzare l’attenzione su Andreotti, lo vede come il mandante dell’agguato a Moro, riesce a procurarsi copia del carteggio epistolare che Moro indirizzò ai suoi familiari. Entra così in un’area sempre più pericolosa, si sente minacciato tanto che ne parla anche con la sorella. Perché Moro era malvisto dagli stessi colleghi della DC è presto detto. Moro voleva abbattere i muri, distruggere i confini che erano stati creati dalla Russia e dagli Stati Uniti d’America alla fine della seconda guerra mondiale e aprire al maggiore partito comunista dell’area occidentale, allo scopo di rinnovare la democrazia italiana. Per questo Moro venne ucciso ma poi, il 20 marzo 1979, venne ucciso anche Pecorelli, che indagava sul suo omicidio.

Leggendo il libro di Fiorucci e Guadagno abbiamo la possibilità di “assistere” al processo, come fantasmi che vedono senza essere visti, perché i due autori ci guidano dentro l’aula del carcere di Capanne, momento per momento. Per istituire il processo i magistrati di Perugia, Fausto Cardella in particolare, hanno riunito tutte le indagini già svolte a Roma sull’omicidio Pecorelli una prima volta nel 1979 e una seconda nel 1994. Le indagini purtroppo non hanno mai portato a nulla, perché sono state insabbiate o depistate. Le numerose vicende raccontate nel libro sono raccontate in maniera chiara e lineare, nonostante la complessità degli argomenti e la mole sterminata di materiale.

I processi vengono dagli autori sintetizzati ad arte e ci rimandano l’immagine di un’Italia sull’orlo del baratro, con una democrazia alla deriva, che rischia di perdersi tra omicidi eccellenti e intrighi oscuri. Il libro ci aiuta a ricostruire il puzle del periodo più buio della storia italiana e a mettere in ordine tanti episodi che hanno fatto da sfondo alla nostra vita. Ne abbiamo sentito parlare ogni giorno, erano episodi che ci apparivano scollegati e che invece non lo erano.

Chi difende la democrazia, deve leggere questo libro ma non deve riporlo in biblioteca, bensì deve tenerlo sul comodino, come un monito e un avvertimento. Passare dalla democrazia ad “altro” è purtroppo ancora possibile, nonostante le testimonianze orrende del “secolo breve”. Chissà perché mi vengono in mente le “Allegorie ed effetti del Buono e del Cattivo Governo in città e nel contado” di Ambrogio Lorenzetti, che si trovano nel palazzo Pubblico a Siena. Nella rappresentazione del Mal Governo e dei suoi effetti su Siena viene dipinto un atroce spettacolo, in cui violenza e morte regnano sovrane, con i risultati delle gravi conseguenze di una condotta politica errata.

Sulla parete del “male”, l’abilità del Lorenzetti è stata quella di rendere a colpo d’occhio un’immediata visione di una situazione impolitica. Domina la scena la Tirannia dall’aspetto demoniaco, che vince sulla Iustitia, che ha i piatti della bilancia spezzati. Si dispongono poi a un livello inferiore i vizi : Crudelitas, un’ orrida vecchia che sta per strozzare un bambino indifeso, Proditio ( il tradimento), Fraus ( la frode) con ali di pipistrello e piedi d’uccello. Segue poi Furor, un mostro metà uomo e metà bestia che ricorda il Minotauro dantesco. Sopra Tirannia si librano Avaritia, vecchia e con ali di pipistrello che tiene stretto un torchio dal quale fuoriescono monete, Superbia con la spada sguainata e infine Vanagloria, una donna intenta a specchiarsi, un vizio che accompagna la tirannide e la sua ideologia.

Seguono gli “Effetti del Mal Governo”: la città chiusa da mura merlate, a sottolineare la necessità di una difesa, case incendiate o distrutte, strade piene di rovine, l’esercito che uccide e commette soprusi. Nessuno lavora più, anche la campagna è desolata e gli alberi senza frutto.

Dall’altra parte però abbiamo la rappresentazione allegorica del Buon Governo. In alto nel cielo si libra Sapientia, che tiene il libro delle Sacre Scritture e una bilancia che Giustitia tiene in equilibrio. Completamente nuova è la rappresentazione della Concordia, sotto a Giustitia, da cui riceve le corde della bilancia Quasi al centro l’imponente figura di un vecchio, il Comune di Siena, in aspetto di giudice. Sopra il vecchio vediamo le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità. Sulla stessa pedana del Comune vediamo le virtù cardinali: Fortezza, Prudenza, Giustizia e Temperanza. Lieta e piena di luce si mostra la città di Siena, il lavoro è gioioso e senza fatica, una fanciulla sta per sposarsi, un sarto sta cucendo, un mercante è concentrato nei suoi conti, dei nobili signori sono a cavallo. Verso la campagna vediamo due contadine che arrivano con delle provviste, un cieco che chiede la carità a dei signori a cavallo. I campi sono coltivati, scorrono ruscelli e torrenti, si intravede il porto. Le mura della città non servono più a difendere Siena, ma sfoggiano come capolavori architettonici che abilmente Lorenzetti ci mostra di scorcio e con una veduta a volo d’uccello.

In un momento così delicato della nostra storia mi viene in soccorso l’arte, che è sempre ricca di valori universali, nel tempo e nello spazio. Se vogliamo che non vadano perdute le conquiste fino ad oggi raggiunte, diritti dell’uomo, convivenza civile, rispetto dell’uguaglianze, lotta al razzismo, inclusione sociale e LIBERTA’, dobbiamo diffondere questi valori con ogni mezzo. E quando si comincia a criticare la libertà di stampa, (fermo restando che il giornalista deve avere una sana deontologia professionale), come sta accadendo in questi giorni, dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo sempre vicino al baratro e che dobbiamo fare attenzione se non vogliamo cadervi dentro.

Il libro di Fiorucci e Guadagno deve farci riflettere anche sul fatto che, il male non ha limiti e va a braccetto con i suoi simili, senza ritegno. Un ex capo del governo, un magistrato, tre uomini di Cosa Nostra e un neofascista della Banda della Magliana, sono stati tutti assolti e non si sa ancora chi abbia ucciso Mino Pecorelli, ma di certo, questi uomini avevano contatti tra loro, si conoscevano, avevano obiettivi comuni.

Sono solo questioni italiane quelle accadute in quegli anni? Io temo di no, perché la storia non è mai un “orto conclusus” e non poteva esserlo dopo la seconda guerra mondiale, dopo i trattati internazionali e la guerra fredda…La politica italiana di oggi, deve fare attenzione anche su questo punto, si va verso i nazionalismi e i populismi, ma così rischiamo di soccombere. In Europa, credetemi, siamo tutti più sicuri.

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