lunedì, ottobre 28, 2019 Categoria: Senza categoria

Mino Pecorelli: quei quattro proiettili che ancora non si trovano

di ALLAN FONTEVECCHIA
L’accertamento della compatibilità di una pistola, sequestrata in provincia di Monza nel 1995, con i quattro proiettili sparati il 20 marzo 1979 a Roma contro il giornalista Carmine Pecorelli uccidendolo, se si potrà fare, avrà tempi più lunghi del previsto. Le quattro pallottole al momento risulterebbero introvabili nel magazzino dei corpi di reato del Tribunale di Perugia dove sono state cercate per giorni dalla Digos su delega della Procura della Repubblica di Roma. Potrebbero essere stati distrutti insieme ad altri reperti, nei tempi e nei modi previsti dalla legge. Al momento è solo un’ipotesi. Forse la più concreta, anche se priva di conferme ufficiali. L’eventuale mancato ritrovamento renderebbe problematica la consulenza tecnica che appare tra le principali ragioni che hanno determinato la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del direttore di “Op”. Lasciando quindi senza risposte anche gli interrogativi più recenti di un cold case che attraversa quaranta anni della nostra storia, come Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno hanno documentato nel loro “ Il divo e il giornalista “ (Morlacchi editore).Le quattro pallottole calibro 7,65 si trovavano negli uffici giudiziari di Perugia perché negli anni ’90 del secolo scorso nel capoluogo umbro ci furono l’inchiesta e il processo per l’agguato mortale al giornalista molisano.

1-Carmine Pecorelli

Sul banco degli imputati il sette volte presidente del consiglio dei ministri Giulio Andreotti, il magistrato Claudio Vitalone ( è per il suo coinvolgimento che, per competenza territoriale, il fascicolo arrivò in piazza Matteotti) i mafiosi Gaetano Badalamenti, Pippo Calò e Angelino La Barbera e l’ex Nar della banda della Magliana Massino Carminati. Tutti sono stati assolti con formula piena e con sentenza definitiva. La riapertura delle indagini da parte della procura capitolina è avvenuta dopo 24 anni quando la giornalista Raffaella Fanelli ha recuperato e attualizzato i verbali di un sequestro di armi avvenuto a Cologno Monzese nel 1995. Sequestro di notevole interesse perché coinvolse un ex Nar, Domenico Magnetta amico e sodale di Massimo Carminati e per la presenza nel piccolo arsenale di una 7.65 , lo stesso calibro che ha esploso i colpi mortali di via Orazio. E qui è opportuna una parentesi: i proiettili utilizzati dai killer di Carmine Pecorelli sono di marca Gevolot e appartengono alla stessa partita sequestrata nel deposito che la banda della Magliana aveva allestito nei sotterranei del Ministero della Sanità e al quale solo poche persone, tra le quali Massimo Carminati, avevano accesso. Del sequestro del 1995 non furono mai informati i piemme perugini evidentemente perché l’arma non fu collegata alle indagini sul delitto della capitale. Se l’informazione fosse stata condivisa l’interrogativo che è riemerso dopo tanto tempo avrebbe avuto subito una risposta. Di Domenico Magnetta e delle sue armi aveva parlato più volte l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano. Nel 1992 ai magistrati di Venezia ha raccontato di aver saputo in carcere da Adriano Thilger , un altro esponente della destra eversiva, che l’arma del delitto Pecorelli era stata consegnata, appunto a Magnetta. Al processo di Perugia, in dibattimento , l’interrogatorio di Vinciguerra verte soprattutto sul sequestro Moro. I riscontri alle dichiarazioni rese dall’ex terrorista nel 1992 avevano dato esito negativo. Infatti, Thilger durante le indagini smentisce la confidenza. Magnetta è sulla stessa lunghezza d’onda e si dichiara del tutto estraneo. Precedentemente Domenico Magnetta si era dissociato e aveva consegnato alla polizia attraverso un prete un piccolo arsenale. Nessuna delle armi in esso contenute risultò comparabile con quella che ha fatto fuoco sotto la redazione di “OP”. Poi, in un periodo successivo alla testimonianza di Vinciguerra, nel 1995 appunto, il sequestro di Cologno Monzese . Tra le armi c’è una 7,65 che però solo nel 2019 è stata ipoteticamente collegata all’omicidio di Mino Pecorelli .Sono state riaperte le indagini. Rosita Pecorelli , la battagliera sorella del giornalista ucciso è tornata a sperare. Adesso i proiettili pare non si trovino ancora: un’altra ipotetica pista, l’ennesima, è sfumata?

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