domenica, ottobre 25, 2020 Categoria: Cronache

A Perugia ,l’ultima battaglia del comandante Diavolo ( dal libro “100 delitti- l’Umbria in mezzo secolo di cronaca italiana”)

di Allan Fontevecchia

E’ deceduto oggi .Martedì 26 novembre 2019 aveva  compiuto cento anni e tutti gli avevano fatto una gran festa. Anche Sergio Mattarella, il presidente, che l’aveva  chiamato al telefono. Ma non è l’età la cifra della lunga vita di Germano Nicolini- scrive Alvaro Fiorucci nel libro “100 delitti- l’Umbria in mezzo secolo di cronaca italiana”, Morlacchi editore– . Sono, piuttosto, la guerra, la lotta partigiana, un clamoroso errore dei giudici perugini, la condanna per un omicidio che non ha commesso, il carcere, la revisione del processo, la sentenza della Corte d’appello dell’Umbria che, cinquant’anni dopo i fatti, riconosce lo sbaglio, a darci lo spessore morale di un uomo che ha combattuto la guerra di liberazione in Emilia-Romagna e, dopo, in Umbria; una lunga battaglia contro la giustizia ingiusta. L’ultima battaglia del comandante Diavolo. È la storia di Germano Nicolini, un tempo sindaco di Correggio. Ancora da “100 delitti”:È il 18 giugno 1946 quando la storia di quest’uomo, dalla tempra forte e dalla volontà indomabile, ha un’accelerazione per un colpo di pistola. Il colpo di pistola che ammazza don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo, sulla porta della canonica. Le indagini dei carabinieri del generale Pasquale Vesce puntano su tre partigiani: il “comandante Diavolo” che è, appunto, Germano Nicolini, “Negus” Antonio Prodi, e “Fanfulla” Ello Ferretti.
Per gli inquirenti l’ordine dell’esecuzione è partito dal primo, gli altri due l’hanno eseguito. Per una questione di incompatibilità ambientale il processo da Reggio Emilia viene spostato a Perugia dove, febbraio 1949, c’è la condanna per tutti: a 22 anni, “Diavolo”; a 21 anni “Fanfulla”; a 20 anni “Negus”. I giudici perugini non hanno creduto alla testimonianza di altri due partigiani, Euro Righi e Cesarino Catellani che giurano sull’innocenza dei condannati. A ragion veduta: «Siamo stati noi» hanno confessato. La Corte li ha ascoltati per ore ma, al dunque, non ha cambiato le proprie convinzioni. Anzi il provvedimento conseguente è, per tutti e tre, una pena da scontare per autocalunnia. Per 10 anni l’ex sindaco di Correggio e per 7 anni gli altri due stanno in galera. Però la storia è un’altra. Lo stanno per accertare. La trama riporterà ai fatti e ai personaggi espulsi alla fine del dibattimento. Sta per succedere. L’omicidio di don Umberto è un brutto capitolo che a tanti sta bene così come è stato scritto e chiuso. A tanti, appunto, ma non a tutti. È un dirigente comunista, Otello Montanari, che, con un libro nel 1990, lancia un accorato «chi sa parli» dichiarando fuori del tempo e da ogni opportunità storica e politica le remore di una volta. Chiedendo a chi ancora ne ha di liberarsene. Ci sono pagine da riscrivere con la verità. Fosse anche la peggiore per gli uomini della resistenza.
Il partigiano “G”, raccoglie le sollecitazioni di Otello Montanari e i consigli di uno dei figli con il quale discute dei passaggi epocali che ha vissuto, dei valori, dei doveri, della dignità. Niente di tutto questo, concludono, va in prescrizione. È stato William Gaiti a uccidere il parroco di San Martino Piccolo. È il 1991, la procura perugina vuole comunque archiviare. Non crede neanche al partigiano “G”. Il giudice pre109
liminare, invece, riapre il processo. Stavolta gli imputati sono Gaiti e i due che per primi avevano inutilmente confessato, Righi e Castellani. Il 7 dicembre 1995 Gaiti, Righi e Castellani, sono ammessi ai benefici dell’amnistia prevista per i delitti politici commessi dal 25 luglio 1943 al 18 giugno 1946. Il 18 giugno 1946 è il giorno dell’agguato mortale a don Pessina: casuale coincidenza di date che però in questo intreccio di vite, di storie, di eventi giudiziari diventa dirimente.
L’8 giugno 1994, intanto, la Corte d’appello aveva cancellato l’errore giudiziario del 1949, assolvendo «per non aver commesso il fatto» Nicolini, Prodi e Ferretti. Ancora un anno e, nel 1996, risarcisce il “comandante Diavolo” per l’ingiusta detenzione patita a causa della condanna sbagliata, a coronamento di un clamoroso errore giudiziario, con due milioni e mezzo di lire. È una giusta riparazione, è scritto nella sentenza. La restituzione, a settantacinque anni di età della dignità dell’onore politico tolti quarant’anni prima a un cittadino innocente. Il miliardo e mezzo è il risarcimento per i suoi due compagni che sono deceduti quando il tempo delle loro lunghe vite è scaduto prima del tempo troppo lento della giustizia. «Lo Stato è stato capace di un atto di civiltà giuridica. È stato lento ma alla fine lo ha fatto», ha commentato Fausto Nicolini, il figlio del centenario di Correggio.

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