giovedì, marzo 25, 2021 Categoria: Cronache

Il fuoco nel biglietto da visita delle mafie

Prima le  parole di fuoco di una  voce camuffata al telefono o scritte in  lettere roventi a prova di perizia calligrafica . Poi  ancora il fuoco; stavolta fiamme vere che ardono , bruciano , distruggono e mandano segnali . E’ come se anche loro parlassero allo stesso modo : minacce, pizzo, recupero crediti di soldi a strozzo. Primi passi di una criminalità dai metodi spicci . E’ successo almeno 4 volte in rapida successione a Bastia Umbra negli anni ’70, addirittura 7 volte in un paio di mesi, negli anni ’80 a Foligno, 3 volte in poche settimane tra Ponte Felcino e Ponte San Giovanni all’inizio del 2000.  Tre fasi storiche alla quale subentrerà una quarta. In genere è stato il fuoco il biglietto da visita  delle mafie  quando si sono  infiltrate in regioni diverse da quelle di origine  per prendere il controllo dello  spaccio della droga e degli incassi della prostituzione. Accumulazione primaria per affari da spa. Più di recente al fuoco, spesso accompagnato dai botti delle armi da fuoco, si stanno sostituendo strumenti e metodi più raffinati e meno rumorosi; quelli del riciclaggio e della finanza sporca. Nel 1978 a Bastia Umbria, in quel momento il comune  più ricco dell’Umbria, era entrata in azione un banda di giovanissima di estrazione camorristica la cui presenza fu successivamente spiegata con la presenza in zona di diversi soggiornanti obbligati. Questo gruppo di giovani con minacce di vario tipo, come il lancio di bottiglie incendiarie o altro, era riuscito a mettere sotto scacco una ventina di commercianti. Se non volevano guai, la protezione era di un pizzo mensile intorno alle 300.000 lire. La cosa era di pubblico dominio, ma nessuno parlava, nessuno denunciava. Fu il sindaco Albero La Volpe , giornalista , fondatore del Tg3 e successivamente  direttore del Tg2, a scoperchiare il vaso dell’omertà e a invitare i suoi concittadini a denunciare. Lo ascoltarono, partì un’inchiesta, ci furono denunce ed arresti. Ci fu la liberazione dal pizzo. A Foligno invece il fuoco aveva colpito porte e saracinesche di esercizi commerciali per sette volte tra la fine dell’82 e i primi dell’83. L’ottava volta aveva semidistrutto un’industria in buona la “Foliroll” che era già stata presa di mira nei due anni precedenti. I titolari avevano ricevuto minacce e richieste. Non avevano pagato ed ecco le fiamme. Massimo Zanetti, il pretore disse: “quando ci sono incendi così numerosi e ravvicinati è ipotizzabile un disegno camorristico o mafioso”. Esaminando i fatti di Bastai e di Foligno il presidente della regione Germano Marri commentò: “ il fenomeno del racket esiste da tempo ma è difficile raccogliere prove e testimonianze: la paura impone l’omertà”. Una ventina di anni dopo il fuoco  continua ad essere un segnale spia ma si registra un progressivo per il superamento di una lunga fase artigianale. Per esempio dopo l’incendio di un lavaggio e di altre attività economiche tra Ponte Felcino e Ponte San Giovanni si è visto che gli stessi soggetti – in questo caso elementi legati alla ‘ndranghetra-erano passati dalle fiamme all’usura. Uno strumento che consente profitti più robusti e la possibilità di dissanguare i bilanci delle aziende sotto ricatto per poi prenderne il controllo sociale. Insomma senza far troppo rumore  si potevano razziare piccole imprese, patrimoni immobiliari, attività di vario genere. Che con i soldi della mafia tornavano ad essere floride. Molte di queste operazioni sono state scoperte. Altrettante, probabilmente, no.

( da il Messaggero)

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