sabato, aprile 10, 2021 Categoria: Cronache

Quando il sospetto camorra provocò il blocco dei lavori del carcere per i mafiosi

Capita, a volte, che,   a lavori in esecuzione , lo Stato scopra che l’appalto se l’è aggiudicato un’azienda prossima alla criminalità organizzata e che, di conseguenza, sia costretto a bloccare tutto. A Perugia una situazione del genere ha prodotto negli anni ’90 una curiosità e un paradosso. La curiosità è che il  bando per costruzione del carcere di Capanne, che avrà una porzione destinata al 41 bis, dunque anche all’isolamento dei detenuti mafiosi, è stato vinto da un’impresa contigua ad un clan camorristico. Il paradosso è che , con il cantiere bloccato, in un’ area sistemata  per l’occorrenza, si è celebrato un  maxi processo  che aveva tra gli imputati e i testimoni pentiti e capi di Cosa Nostra. Oltre a personaggi di riguardo come un ex presidente del consiglio dei ministri che è stato a capo del governo per sette volte.  Per  la prima volta  la criminalità organizzata ha costruito un luogo dove processare sé stessa. Curiosità e paradosso, e, forse, paradigma di un fenomeno ormai antico che ha visto la coppola trasformarsi in colletto bianco. La successione dei fatti, appalto dubbio – parziale costruzione- blocco  della fabbrica penitenziaria- approntamento dell’aula bunker, completa il suo dispiegamento  nel 2005 quando la nuova casa circondariale di Perugia, dopo aver sfondato il tetto dei costi a 130 miliardi di lire, viene inaugurata con la solennità che merita nel 2005 dal ministro della giustizia Roberto Castelli. Tra il sospetto di mafiosità e il taglio del nastro è successo che nell’ala destinata alla palestra della polizia penitenziaria si sono svolti i processo di Assise e di Appello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli avvenuto a Roma il 20 marzo 1979. Ed è per questo che  il lavoro della ditta a rischio di permeabilità alla criminalità organizzata campana  è stato sfruttato per dare un giusto processo a gente della criminalità organizzata siciliana come  Pippo Calò, Gaetano Badalamenti e Angelo La Barbera, sul banco degli imputati con  Massimo Carminati, uomo della Banda della Magliana e i  politici Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, ex magistrato. Tra i testimoni un pentito del calibro di Tommaso Buscetta. Presunti mandanti e presunti esecutori alla fine sono stati tutti assolti. Mentre le telecamere di mezzo mondo trasmettevano le immagini da Capanne- il 30 per centro dei lavori non hanno subito contraccolpi perché erano stati subappaltati ad un’impresa pulita-attraverso le inferriate delle finestre ai piani più bassi si vedevano anche gli arredi delle grandi cucine riparati da imballaggi di fortuna che cominciavano a cedere alla ruggine, letti ammucchiati dentro rifugi non proprio a tenuta stagna, sedie e tavoli stoccati in posizioni instabili. Effetti collaterali di una decisione  inevitabile. A stoppare i lavori, il provveditorato alle opere pubbliche , il 15 aprile 2000.C’era stata un’istruttoria e dagli accertamenti svolti dalla Prefettura di Napoli era emerso che per la ditta appaltatrice sussisteva “ il pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata”. Una situazione che ha fatto scattare l’obbligo di sospendere l’esecuzione diretta dei lavori. Secondo un rapporto della procura partenopea l’azienda- che aveva mostrato interesse anche per i lavori dell’Alta Velocità-  avrebbe goduto di una posizione di favore nell’ aggiudicarsi una serie di lavori pubblici. Il ricorso al Tar contro l’interdittiva si è strascinato per mesi. La vicenda giudiziaria ha perso interesse  perché il carcere  intanto era stato completato. Un  obiettivo impensabile quando il governo lo mise nella sua  agenda e  contro la costruzione del penitenziario gli ambientalisti erano saliti sulle barricate per scenderne parecchio tempo dopo.

( da Il Messaggero)

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