domenica, settembre 19, 2010 Categoria: Cronache

I due processi vinti da Meredith Kercher

Meredith Kercher, la vittima dell’omicidio di via della Pergola , ha già vinto- sui tempi loro congeniti- i due processi ai quali la sua terribile morte ha dato origine. E’ un  paradosso. Meredith ha visto la sua vita finire, Meredith ha sentito tutto il dolore atroce che l’ha spenta: a che serve vincere? Ma è così. Meredith ha vinto i suoi processi , se questo può consolare i suoi genitori e gli altri che le hanno voluto bene. Il processo vero l’ha vinto perché ha ottenuto giustizia in tempi relativamente brevi  ( un approdo non scontato per come si erano messe le cose ) : ci sono persone condannate per il suo assassinio. Il delitto non è rimasto impunito. Certo ancora siamo  sentenze non definitive, a verdetti che possono essere ribaltati : Rudy Guedè aspetta la pronuncia della Cassazione (ultima o penultima tappa del suo percorso giudiziario), Amanda Knox e Raffaele Sollecito  quella dei giudici di secondo grado, della Corte d’Assise d’Appello e comunque vada dovranno aspettare fino alla stazione della Suprema Corte. La giustizia ha fatto comunque gran parte del  suo corso ed è quello che per lei hanno chiesto i genitori e i fratelli. Dunque a vinto. Anche il parallelo processo mediatico l’ha vinto perché i media  dimenticandola, a volte colpevolmente, non hanno usato  la vittima , il ricordo della vittima, il personaggio della vittima ,nelle loro logiche spietate, talvolta fuorvianti, più di marketing che di informazione. Che comunque sono regole imposte dagli usi correnti e consuetudini consolidatedi settore . Che differenza c’è tra i due processi?E’ innanzitutto una differenza di generi e di sostanza. Di generi perché il primo attiene alla realtà , il secondo alla realtà rappresentata .Un ambito dove il confine tra realtà e fiction è sempre più stretto. Un confine sottile lungo il quale  , sempre più spesso colpevolmente , è facile sbaglòiare un passo e ritrovarsi nella  reality che, si sa,  è un’altra cosa, rispetto alal realtà. Vediamo. La verità giudiziaria- mettiamo stabilita  da una sentenza definitiva- può talvolta non essere coincidente con la verità storica e fattuale. Ma è la prima che deve essere accettata e condivisa dalla collettività perché è quella acquisita secondo le regole che reggono una democrazia. Può restare il dubbio, come dubbi restano- per fare un esempio- per le sentenze relative alle stragi terroristiche e non che hanno insanguinato l’Italia negli anni’70-’80 dello scorso secolo. Il verdetto finale  può essere criticato e  contestato nell’esercizio della libera espressione del pensiero. Anche per anni e a distanza di anni. Ma la determinazione non cambia.  Oppure portato a revisione con la riapertura del caso secondo le vie tracciate dalla legge. Anche molto tempo dopo, a patto che ci siano le condizioni previste dal codice. Questo è pacifico . Come è ovvio che, allora, la determinazione potrebbe assumere un segno diverso. Ma intanto, arrivato al terzo grado ,il giudizio si storicizza:è la verità giudiziaria, la verità da rispettare perché per l’ordinamento è quella che vale, stabilita nel nome del popolo italiano, per rendere giustizia nel nome del popolo italiano. Anche se ci fa storcere la bocca, anche se siamo convinti che le cose siano andate in altra maniera. Però- se le regole sono stare rispettate – abbiamo  la certezza che c’è stato un  fatto, che questo fatto ha provocato un danno a una o più persone e , in vari modi, una lesione al corpo sociale. Che lo Stato attraverso il potere giudiziario ne ha stabilito la gravità, ha ipotizzato le eventuali responsabilità, indicato gli eventuali responsabili, ha cercato e prodotto le prove dei suoi assunti contro o a favore dell’indiziato o degli indiziati del reato o dei reati di cui si tratta nelle diverse fattispecie. Dopo un percorso (troppo lungo e farraginoso, è vero, ma questo è un altro riscorso) che vede un  sostanziale equilibrio tra prerogative dell’accusa e prerogative della difesa, le parti arrivano davanti a un giudice terzo .Il giudice  che valuta gli elementi portati in aula dell’accusa, quelli della difesa ,assiste al confronto in aula, emette una sentenza. Qui si tiene conto dei fatti, degli indizi,delle prove ,non delle suggestioni. Oddio, anche queste possono entrare nel dibattimento ,ma i successivi gradi di giudizio ci dovrebbero garantire l’eliminazione delle diverse forme di inquinamento extra-codice. Dunque è qualcosa di simile alla matematica:prove certe=colpevolezza. Reato grave= pena proporzionata. Questo, anche se in una situazione non definitiva Meredith l’ha ottenuto. Quindi a vinto.  Il processo mediatico è altro. Qui la procedura è dettata dai canoni giornalistici della carta stampata , della televisione, della radio e di internet : la rappresentabilità e l’effetto della  rappresentazione hanno un peso più forte della realtà rappresentata. Un fatto è  un fatto mediatico  se è trasformabile in un copione grande un certo numero di puntate ,a prescindere dai suoi connotati reali. I protagonisti sono protagonisti se dopo il trattamento mediatico rendono in termini di copie vendute o di audience. Il protagonista è protagonista se diventa personaggio (è con  personaggio più che con la persona che si ha la fidelizzazione del lettore e del telespettatore). Gli indizi o le prove restano subordinate a fatti e vicende parallele che nulla hanno a che fare con il processo reale: è più importante una traccia di Dna o un taglio di capelli? È più importante una complicità o una mezza love story da rotocalco?E’ più importante una dichiarazione ritrattata o un diario di fantasie adolescenziali? E’ più importante una bugia o un regalo particolare ricevuto in carcere? E’ più importante l’opinione di un tuttologo  volto noto dello schermo o il contenuto di una perizia medico legale di un consulente dal profilo che quello schermo non buca? Nel processo mediatico tutto quello che attiene il  processo reale passa in secondo piano. Il racconto  diventa un reality show e meglio un talent show. Per lanciare messaggi di natura extra-giudiziale ai giudici che hanno deciso o dovranno decidere su cose giudiziarie e quindi molto, molto più concrete. E quando il processo mediatico prende il sopravvento sul processo giudiziario, l’opinione pubblica finisce in un altro canale :  uno show che parla magari di bellezza fisica, di componimenti poetici, di buone azione e buoni propositi. Buone azioni che possono far dimenticare la cattiva azione dalla quale tutto è cominciato. Sempre più lontano un delitto, sempre più vicine le strimpellate di chitarra. Sempre più lontana la vittima, sempre al centro della scena chi ha i requisiti per reggerla. Rudy, Amanda e Raffaele hanno tutti i numeri ( bella presenza, amore e fumo, bravi ragazzi, bravi studenti, presunti innocenti, presunti incarcerati nell’ingiustizia) per starci e non è neanche colpa loro  se  la circostanza che siano dei presunti omicidi è sempre più sfumata. Quando questo succede non è un colpo di mano:è nei meccanismi del processo parallelo che cerca ascoltatori e lettori. E a volte cerca con lo stesso obiettivo di fondo  ( come ha cercato nel caso specifico con alcune campagne dei network americani) di interferire nel processo  reale. O meglio: di processare il processo reale ,le sue specificità, i suoi pubblici ministeri (vedi gli attacchi a Giuliano Mignini e a Manuela Comodi, alla polizia scientifica in particolare  e alla polizia giudiziaria in generale).Non bisogna stupirsi, non è il caso di indignarsi:così vanno le cose. Anche il processo mediatico ha le sue regole e i suoi attori sanno che sono regole  da rispettare, pena la perdita dell’intera posta. Meredith ha vinto anche il processo mediatico  perché  la sua vita privata, il suo personaggio, il suo essere ragazzina che amava vivere, non è stato catturato, non ha consentito di imbastire storie seriali. Il suo ruolo  (quello della vittima di un brutale omicidio) è rimasto se non fuori, in disparte , talvolta in sottofondo. I tutori della sua immagine e del suo ricordo- spesso con le lacrime agli occhi, autentici sentimenti e nessun altro fine accanto alla compostezza dell’elaborazione di un grande dolore- non hanno accettato la logica televisiva, i network l’hanno bypassata per scelta di casting o per distacco dalla realtà. Per l’una cosa o per l’altra, per l’una e l’altra insieme, non ha avuto un’esposizione ferocemente insistita. E forse ha evitato di morire una seconda volta. Una bella ragazza morta non è spendile quanto ragazzi belli vivi e che possono sperare. Se non ci fossero stati due o tre soggetti mediaticamente spendibili ( e funzionali alo share) il delitto di via della Pergola sarebbe rimasto uno dei tanti delittacci di Perugia  e punto a capo. Niente libri a getto continuo, niente salotti televisivi , niente rotocalchi e colpi di teatro. Il locale non sarebbe diventato inutilmente globale .Il caso sarebbe finito con un solo processo. Quello necessario ed utile.

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