venerdì, febbraio 1, 2019 Categoria: Cronache

Pecorelli:40 anni di un cold case di Stato

di ALLAN FONTEVECCHIA-A quaranta anni dal delitto, arricchita nei contenuti e nella galleria fotografica, dal 15 febbraio 2019  è nelle librerie una nuova ristampa di “Il Divo e il Giornalista- Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato“ scritto da Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno per l’editore Morlacchi. La ristampa tiene conto anche delle conclusioni della seconda commissione parlamentare d’inchiesta chiamata a far luce sull’assalto di via Fani e sull’assassinio di Aldo Moro che conferma la bontà dell’affresco sull’agguato mortale  a Mino Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979  (le sue fonti, i suoi articoli, i moventi possibili ) che quasi trenta anni fa l’unico processo che si è avuto per il delitto del direttore di “OP” aveva tratteggiato con linee molto decise. La Commissione, presieduta da Giuseppe Fioroni ha approvato la relazione finale un anno fa riscrivendo la storia del massacro di via Fani ( non solo le Br parteciparono all’azione), dei 55 giorni del sequestro (indicando luoghi diversi per la prigionia), della trattativa ( una perversa ragione di stato contro la liberazione dell’ostaggio), dell’esecuzione (non sarebbe avvenuta nella Renault rossa fatta ritrovare in via Caetani ), del memoriale ( solo in parte è stato reso noto), delle trame dei servizi segreti americani e di altri paesi, del ruolo svolto dal Vaticano ( le scelte del Papa Paolo VI e quelle del cardinale Paul Marcinkus) del carattere della ricostruzione fatta da Valerio Morucci e Adriana Faranda (considerata dalla Commissione una sorta di compromesso). E altro ancora per un ribaltamento delle verità accettate come tali per un quarantennio. La Commissione -per quello che concerne il libro di Fiorucci e Guadagno, centrato, lo ripetiamo a beneficio dei lettori, sull’unico processo che si è celebrato per l’assassinio di Mino Pecorelli – è convinta che il giornalista conoscesse, o avrebbe potuto conoscere, anche i più indicibili segreti di quei 55 giorni che hanno cambiato il corso della storia come aveva lasciato intendere con più che ben informate anticipazioni. Il rischio che  queste informazioni che dovevano rimanere riservate finissero   sulle pagine di “Op” , per certe apparati dello Stato e per certe convenienze di politiche, nazionali e internazionali, è stata una ragione più che buona per ucciderlo. Che è il movente profilato al processo di Perugia dai pubblici ministeri Fausto Cardella e Alessandro Cannevale e convalidato dal Gip Sergio Materia nel rinvio a giudizio del sette volte presidente del consiglio dei ministri Giulio Andreotti , del magistrato (poi senatore) Claudio Vitalone , dei boss mafiosi Gaetano Badalamenti, Pippo Calò e Angelo La Barbera e dell’ex Nar che si stava facendo strada nella Banda della Magliana, Massimo Carminati. Tutti gli imputati, come è noto sono stati assolti e quaranta anni dopo la giustizia è davanti a un cold case, a un omicidio senza colpevoli,a  un delitto irrisolto. Anche se la stessa Corte di Cassazione che scagiona tutti  afferma che i pm perugini non avevano contesti alternativi ( il caso Moro, gli intrecci segreti tra politica e criminalità, gli articoli di Pecorelli), nei quali cercare il movente dell’agguato. Il rapporto tra i misteri del sequestro di Aldo Moro e l’omicidio di via Orazio sono ben tratteggiati nel libro “Moro, il caso non è chiuso, la verità nascosta” di Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò. La ristampa di “Il divo e il giornalista” ne tiene conto. La ristampa allarga inoltre  lo spazio occupato dalla ricerca dell’arma del delitto che è una calibro 7,65 . Una prima comparazione con  i proiettili che hanno ucciso il direttore di “OP”- è stata fatta con le armi  trovate nello scantinato del Ministero della Sanità dove la Banda della Magliana teneva la sua santabarbara della quale uno dei pochi ad avere le chiavi era, secondo alcuni pentiti, Massimo Carminati. Come è noto nel deposito clandestino c’era una partita di  Gevelot dalla quale erano stati prelevati i proiettili  esplosi in via Orazio. Gli accertamenti scientifici  però non  portarono alla individuazione delle compatibilità che cercavano gli investigatori. Di Massimo Carminati e delle fonti che aveva Mino Pecorelli torna a parlare dopo tanti anni Maurizio Abbatino il principale pentito della Banda della Magliana nel maggio scorso nel libro di Raffaella Fanelli dal titolo “la verità del Freddo “ . Una verità che per quello che interessa nella narrazione di Fiorucci e Guadagno non si discosta da quello che Maurizio Abbatino aveva raccontato, a proposito dell’omicidio Pecorelli durante l’inchiesta e il processo perugino. Nella ristampa de “Il divo e il giornalista”  si racconta anche  dell’armeria che un amico di Massimo Carminati, Domenico Magnetta  ha consegnato alla polizia attraverso un prete  nel 1984: situazione suggestiva,ma anche questa volta, nessuna correlazione. Eppure Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, avrebbe saputo in carcere da Adriano Tilgher, un altro esponente ai Avanguardia Nazionale, che a Domenico Magnetta, camerata anche lui, era stata affidata la rivoltella con la quale è stato ucciso Mino Pecorelli. Interrogati  dagli inquirenti, Tilgher  nega il racconto e Magnetta  afferma di essere del tutto estraneo alla storia. Un’inchiesta di Raffaella Fanelli- a fine 2018- scrive l’avvio di un  capitolo che torna ad occuparsi di Domenico Magnetta. Nel 1995 era stato nuovamente arrestato a Monza  per un carico di armi nascosto nel sottofondo di una Dyane . Tra le armi anche una 7,65 che ,tecnicamente , avrebbe potuto esplodere i colpi di produzione francesi  intorno ai quali ruota la ricerca della pistola del killer del giornalista molisano. Al momento non è noto se all’epoca sia stato ipotizzato un qualche collegamento e se ci stata una qualche verifica tecnica.  Di certo di quel ritrovamento  non furono informate né la Procura di Perugia titolare dell’inchiesta Pecorelli, né la procura della repubblica di Milano competente per i reati di terrorismo. E’ sulla base delle considerazioni svolte da Raffaella Fanelli che Rosita Pecorelli, con l’avvocato Valter Biscotti, nel gennaio del 2019 ha chiesto alla procura della repubblica di Roma , la riapertura delle indagini sull’ uccisione del fratello. Il valzer delle 7,65-che comunque è dentro il perimetro tracciato dal processo di Perugia- è uno dei capitoli della nuova ristampa de “ Il Divo e il Giornalista”- nelle librerie dal 15 febbraio.

Un commento to “Pecorelli:40 anni di un cold case di Stato”

  1. Silvia migliore ha detto:

    Gentile dott.Fiorucci, leggero’ con molto interesse la nuova edizione de Il divo e il giornalista. Sa per caso se per i 40 anni di questo omicidio usciranno nuovi libri sull’ omicidio Pecorelli? La prego di rispondermi al mio indirizzo e mail perche sono molto interessato a nuovi libri sull’ omicidio Pecorelli. Grazie molte. Distinti saluti.

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