lunedì, marzo 11, 2019 Categoria: Senza categoria

“Il divo e il giornalista” e le nuove indagini sull’omicidio Pecorelli

C’è un colpo di scena all’interno di un colpo di scena più grande. E non è un modo di dire. Eccolo: se la riapertura delle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli decisa dalla procura di Roma potrà far passi verso la soluzione di un cold case fermo a 40 anni fa, li dovrà percorrere tra 800.000 documenti conservati dall’Archivio di Stato e quattro proiettili imbustati e sigillati nel magazzino dei corpi di reato del Tribunale di Perugia. La ragione sta nel fatto che negli anni ‘90 nel capoluogo umbro  ci fu un’inchiesta e poi un processo per l’assassinio del direttore di “OP”. Un processo che riemerge dall’oblio. Sul banco degli imputati il presidente Giulio Andreotti, il magistrato Claudio Vitalone, i mafiosi Gaetano Badalamenti, Pippo Calò e Angelino La Barbera e l’ex Nar, emergente nei ranghi della banda della Magliana, Massimo Carminati. Accusati di essere i mandanti i primi quattro, di essere gli esecutori di altri due. Tutti sono stati assolti e nessuno di loro potrà essere di nuovo processato per l’agguato mortale di via Orazio avvenuto a Roma il 20 marzo 1979.Il recupero della vicenda giudiziaria è diventata necessaria perché di un sequestro di armi avvenuto a Monza nel 1995 non è stata informata la procura perugina che indagava Massimo Carminati. Eppure proprio un amico dell’ex Nar, Domenico Magnetta era stato arrestato e poi condannato per quelle armi tra le quali c’era una 7,65 compatibile con i proiettili che hanno ucciso Mino Pecorelli. Probabilmente se Monza avesse informato Perugia la pistola sarebbe stata sottoposta a comparazione: che è l’incarico che ha avuto adesso la Digos. Una pista eplorata con ventiquattro anni di ritardo. Recuperata da una giornalista scrupolosa, Raffaella Fanelli,   Era  stata suggerita dall’ex terrorista di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra ai magistrati di Venezia nel 1992, quando aveva riferito di aver saputo da Adriano Tilgher, un altro esponente della destra eversiva, che l’arma del delitto era stata consegnata, Domenico Magnetta anche lui di Avanguardia Nazionale. Interrogato dai piemme Fausto Cardella e Alessandro Cannevale- come è raccontato nel libro “Il divo e il Giornalista-Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato” (Morlacchi Editore)- Vinciguerra si è rifiutato di rispondere alle domande su Moro e dintorni. Tilgher ha negato di aver fatto quella confidenza, Magnetta si è dichiarato del tutto estraneo, una volta  interrogati dai magistrati romani. Domenico Magnetta ( c’era anche lui quando Massimo Carminati perse un occhio in un conflitto a fuoco con la polizia) ad un certo punto si era dissociato e aveva consegnato a un prete una sorta di santabarbara: nessuna arma compatibile con l’uccisione del direttore di “OP”, stabilirono i periti. E’ nel 1995 a Cologno Monzese che lo arrestano di nuovo, questa volta  per le armi nascoste in una Dyane. C’è anche una 7,65 nel doppiofondo dell’auto : le ipotesi di un collegamento e di una perizia balistica, lassù in Lombardia, non vennero in mente a nessuno.

( da il Messaggero del 10/03/2019)

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