sabato, maggio 25, 2019 Categoria: Senza categoria

Il Divo,il Giornalista e “il Traditore “:Tommaso Buscetta e l’omicidio di Mino Pecorelli

I risultati della collaborazione  di Tommaso Buscetta  sono spesso ( e doverosamente) sintetizzati  nel valore storico dell maxi processo di Palermo : 475 imputati ,35 giorni di camera di consiglio, 346 condanne per oltre 2600 anni di carcere. Il maxiprocesso che, istruito da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta , il pool  di Antonino Caponnetto, decapitò Cosa Nostra  individuando organizzazione, ritualità , affari, complicità, delitti , mandanti ed esecutori ( 1984)). Dopo Capaci e via D’Amelio (1992), Tommaso Buscetta ( “il Traditore “ nel film  di Marco Bellocchio con Pierfrancesco Favino) decide di fare l’ultimo passo disvelando anche i rapporti tra mafia e politica . Ecco l’enorme portata delle dichiarazioni  di un uomo temuto e rispettato che  prima dello sterminio della sua famiglia ad opera degli apripista ai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, era  il Boss dei Due Mondi. Per questo passo in più divenne il  bersaglio dimolti .E nell’intreccio i tra mafia e politica  Tommaso Buscetta vede – come raccontano Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno nel loro ” Il divo e il Giornalista” (Morlacchi editore). la gestazione dell’omicidio di Carmine Pecorelli, detto Mino, un giornalista scomodo per molti settori del potere. Un delitto presto dimenticato come il processo che fece  seguito a quelle dichiarazioni.

Dunque gli sviluppi investigativi di quello che racconta ” Il Traditore”  portano il sette volte presidente del consiglio dei ministri Giulio Andreotti sotto processo a Palermo  per aver fiancheggiato la mafia e a Perugia con l’accusa di essere  tra i mandanti dell’assassinio del direttore di “OP” (1979) . Giulio Andreotti, il magistrato Claudio Vitalone, i boss Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò  verranno assolti come i due presunti esecutori, Massimo Carminati,uomo  della Banda della Magliana, e Angelo La Barbera, uomo di Cosa Nostra, ma il grumo di interessi indicato da Tommaso Buscetta nel quale ha investigato la Procura della Repubblica di Perugia, con Fausto Cardella e Alessandro Cannevale, verrà riconosciuto dalla Cassazione come unico contesto valido per un’inchiesta seria. Anche se non furono trovate prove per addebitare agli imputati un coinvolgimento nei reati contestati. Ma il ruolo avuto da Tommaso Buscetta nel processo di Perugia è spesso considerato secondario o dimenticato come in fondo- scrivono nel loro libro Fiorucci e Guadagno- è tutto quel processo ad essere dimenticato. Infatti il sottotitolo del volume è ” Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato”. Ecco un brano delle prime dichiarazioni di Tommaso Buscetta sull’agguato mortale al giornalista molisano.

E’il 26 luglio 1992 e manca poco a mezzogiorno. A Roma negli uffici della Dia ci sono i sostituti palermitani Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, Gioacchino Natoli, Roberto Scarpinato e Giusto Sciacchitano e c’è anche Tommaso Buscetta, il boss diventato collaboratore di giustizia; lo chiamano Don Masino, e Don Masino oggi parla dell’omicidio di Mino Pecorelli.

«Una notizia che ricordo con chiarezza e che mi fu data, in due occasioni successive e negli stessi termini, da Stefano Bontate e da Gaetano Badalamenti, è quella concernente l’omicidio del giornalista Pecorelli Mino, commesso a Roma. Una prima volta mi parlò di questo fatto, nel 1980 a Palermo, il Bontate, durante una conversazione al fondo Magliocco che toccò vari argomenti, il discorso cadde sui cugini Salvo, Antonino e Ignazio (sono imprenditori, titolari delle esattorie che raccolgono il 40 per cento delle tasse siciliane, esponenti politici della DC, affiliati alla cosca di Salemi ndr). Il Bontate mi disse: “Anche l’omicidio di Pecorelli l’abbiamo fatto noi perché ce l’hanno chiesto i Salvo”; nel discorso quel “noi” si riferiva chiaramente al Bontate stesso e al Badalamenti, ed era chiaro, inoltre, che si trattava di un omicidio “personale” dei due, cioè non deliberato dalla Commissione. D’altra parte, il Badalamenti non faceva più parte della Commissione dall’estate del 1978; in quella circostanza io non chiesi al Bontate neppure il motivo per cui quell’omicidio era stato richiesto dai cugini Salvo. Successivamente, nel 1982 a Rio de Janeiro, la stessa notizia mi fu data da Badalamenti Gaetano, sempre nel corso di una conversazione riguardante altri argomenti. Anche il Badalamenti, che nulla sapeva dell’analogo precedente racconto a me fatto dal Bontate, disse che l’omicidio del Pecorelli era stato fatto eseguire da loro due, su richiesta dei Salvo […]>>.

Ancora da “Il Divo e il Giornalista “

Il 6 aprile 1993 in una cella di un carcere della Florida ci sono il procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, il sostituto Guido Lo Forte, Francesco Gratteri della Direzione Investigativa Antimafia e Tommaso Buscetta con l’avvocato Luigi Li Gotti.

«Intendo definitivamente sciogliere le riserve che allora avevo ritenuto di fare poiché ero convinto che non fosse ancora giunto il momento per affrontare argomenti di una delicatezza estrema. Oggi posso subito precisare che il “referente politico nazionale” cui Salvatore Lima (siciliano, parlamentare della DC, ndr) si rivolgeva per le questioni di interesse di Cosa Nostra, che dovevano trovare una soluzione a Roma: era l’onorevole Giulio Andreotti. Questa mia affermazione si basa, da un lato su quello che ho sentito in carcere – dal 1972 al 1980 – da uomini di Cosa Nostra, dall’altro sul fatto che me l’avevano esplicitamente detto i cugini Salvo. Quanto a Lima, io non ho mai appreso da lui qualcosa che esplicitamente riguardasse questo suo rapporto con Giulio Andreotti relativamente a Cosa Nostra; preciso che l’europarlamentare non era l’unico tramite tra i più importanti esponenti delle famiglie e l’onorevole Andreotti. Dissi infatti, in un precedente interrogatorio, che esponenti di primo piano di Cosa Nostra avevano avuto contatti politici a Roma, utilizzando come ponte i cugini Salvo, anche senza l’intervento dell’onorevole Lima. Adesso ritengo di poter indicare l’episodio concreto che stava alla base di quella mia affermazione. Un giorno, in Brasile (nel 1982, o l’anno dopo), in una conversazione riguardante l’omicidio del giornalista Pecorelli Mino, Gaetano Badalamenti mi riferì che egli stesso si era personalmente incontrato a Roma con Giulio Andreotti, in relazione all’interessamento svolto da quest’ultimo per un processo in Cassazione riguardante Filippo Rimi, cognato dello stesso Badalamenti. Il Rimi era stato condannato all’ergastolo, ma poi, in effetti, il giudizio della Corte di Cassazione era stato a lui favorevole. Il Badalamenti, il Rimi e uno dei cugini Salvo si recarono nell’ufficio di Andreotti e qui lo incontrarono; Badalamenti mi disse anche che si era personalmente congratulato con lui, dicendogli che di uomini come lui “ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana”. Il livello del rapporto esistente tra Cosa Nostra e il mondo politico, anche con riferimento alla persona dell’onorevole Andreotti, si può comprendere nel quadro delle vicende riguardanti gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del giornalista Mino Pecorelli. Come ho già riferito il 26 novembre 1992 il Bontate, nel corso di una conversazione che ebbi a Palermo con lui nel 1980, mi disse che l’omicidio Pecorelli era stato “fatto” da Cosa Nostra, più precisamente da lui e da Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo. Successivamente me ne parlò negli stessi termini, confermandomi la versione di Bontate, Badalamenti Gaetano. In base alla versione dei due (coincidente), quello di Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai cugini Salvo in quanto a loro richiesto dall’onorevole Andreotti; proprio durante  questa conversazione, il Badalamenti mi parlò dell’incontro che aveva personalmente avuto con Giulio Andreotti a Roma, allo scopo di interessarlo per il processo riguardante Filippo Rimi; secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando “cose politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era, appunto, preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell’onorevole Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono, infatti, “cose che si intrecciano fra loro”; Badalamenti mi disse anche che, verso la fine del terrorismo, il generale Dalla Chiesa era stato promosso per “toglierlo dai piedi”, ma non so se questo sia vero […]. Apprendo oggi che per l’omicidio Pecorelli è stato imputato Fioravanti Valerio, sapevo già, invece, che lo stesso Fioravanti è tuttora tra gli imputati dell’omicidio Mattarella. Ebbene, devo dirvi che, almeno per quanto riguarda l’omicidio Mattarella, dovete dimenticarvi Fioravanti che con questo fatto non c’entra assolutamente nulla».

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