domenica, ottobre 10, 2010 Categoria: Cronache

Sara Scazzi e i limiti della cronaca

<<I familiari sono stati avvertiti>>. Una volta, quando la cronaca era cronaca e non cronaca+ spettacolo,quando la rincorsa dell’audience (e delle conseguenti e necessarie inserzioni pubblicitarie) non era una carica contro tutto e tutti, diritti e doveri compresi,quando la televisione poteva e sapeva fermarsi e ancora non c’erano la privacy (?) e il gossip (?), quando non c’erano i salotti televisivi con gli esperti a far da giudici di fatti che conoscono a malapena se ne hanno letto sui giornali, tra fonti e cronisti c’era un accordo non scritto, ma rispettato. Non tassativo, ma condiviso. Il nome di una vittima,o un particolare forte,intimo o scabroso, fosse di un banale incidente della strada o del più feroce dei delitti, non si dava se, appunto non c’era il via libera di quel <<i familiari sono stati avvertiti>>. Se appunto le autorità di polizia non avevano fatto conoscere prima ai diretti interessati,ai più toccati e ai più dilaniati, il contenuto della mazzata che avevano ricevuto. Farglielo conoscere dai giornali, dalle radio o dalle televisioni era considerato un gesto non solo sconveniente ma inutilmente atroce. Ma quelli erano altri tempi. Migliori? Peggiori ? Difficile dirlo. Oggi viviamo i tempi delle news ventiquattro per ventiquattro e della televisione che della cronaca fa più intrattenimento che approfondimento. Soni i tempi  delle parole, dei protagonisti della cronaca che cercano il video come spalla per le loro disavventure o come compagno del loro dolore. I cronisti ne hanno bisogno, ma sempre più spesso sono loro ad offrirsi. La realtà si trasferisce sulla tv, la tv diventa realtà rappresentata. E il processo avrà ancora sviluppi che ora appena si intravvedono, quando il digitale consentirà ancora più interazione, quando la televisione troverà conveniente assumere sempre più le sembianze di un social network: un clik da casa e sei in onda con la tua storia mentre in basso scorre una scritta che ci indica l’ultimo modello di auto da consumare.La situazione di oggi è quella che è,quella di domani sarà quella che le tecnologie ci indicano, però…..Però la madre di Sara Scazzi doveva uscire di scena prima. Prima che le si leggessero le agenzie con la notizia di una confessione e della ricerca del cadavere della figlia. Prima che si dovesse chiedere a lei la conferma della morte,ora certa, di sua figlia. Non uno stop ai collegamenti di <Chi l’ha visto?>> che è televisione utile, che si è spesa in questo come in altri casi, per la ricerca della verità, per fornire un servizio vero a chi ha chiesto aiuto alla trasmissione e ai cittadini utenti che hanno il diritto di essere informati. Ma uno stop alla presenza di quella donna di Avetrana pietrificata, assente  pur presente fisicamente, ci voleva .Era doveroso anche se lei restava li a far telefonate concitate. Era doveroso nel momento in cui le prime indiscrezioni arrivavano nella maniera in cui sono arrivate:non era l’ennesimo falso allarme, i fatti avevano preso quella piega ed era una piega terribile. Era evidente. Bisognava metterla in salvo da quella tortura televisiva anche se lei non voleva mettersi in salvo. Anche se quella diretta per lei era l’unico modo di avere notizie. Ma non poteva essere più lei una fonte,un ospite,un testimone, un protagonista. Non è rimasta fino alla fine è vero, ma è rimasta oltre. Troppo,peccato. Si è detto (“l’Avvenire”) è successo come a Vermicino. No, non proprio. L’agonia in diretta di Alfredino Rampi finito in un pozzo fu il primo caso di cronaca ventiquattro per ventiquattro, ma era il 1981.Un’altra Italia, un’altra televisione.Si tennero accese le telecamere non qualche ora ma per  un paio di giorni anche perché ad un certo punto era sembrato certo l’esito positivo delle operazioni di salvataggio e allora ci sarà stata anche l’incoffessato sfruttamento dell’evento per dare un’ immagine positiva delle istituzioni. Ma non furono allestiti salotti (non è il caso di “Chi l’ha Visto?” per le cose dette, si parla in generale ), non c’erano i tuttologi con poltroncina fissa a dire la loro. Non ci fu sbracamento del commentare a ruota libera.Si montò su un circo mediatico ma dagli effetti collaterali meno forti di quelli che possono avere i circhi mediatici di oggi (si è visto anche per l’omicidio di Meredith Kercher),si andava a braccio anche nella ricerca della migliore risposta all’emergenza,ma con temperanza. In fondo   c’erano i cronisti e gli uomini impegnati sul campo (esperti per davvero, anche se fallirono parlarono quantomeno con cognizione di causa)a riferire a un paese intero incollato ai teleschermi per partecipazione e non per teledipendenza. Almeno questo apparve allora. E poi quando si seppe che il bambino in fondo a quel buco nero era morto non c’era la madre a dire :<<si mio figlio è morto>>.E poi non ci sono stati nelle trasmissioni del giorno dopo (tipo <<la Vita in diretta>>) amici, parenti e conoscenti ospiti in studio a farsi giudici e a dire nel microfono quale fosse la giusta pena per il colpevole. Sara Scazzi: un caso che non ci ha saputo insegnare qual è il limite della cronaca.

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